ALIEN: ROMULUS – Perché i mostri vanno al museo?

L’uruguaiano Fede Álvarez piomba sul palco con un Best Of della saga.

di Alessandro Sivieri

*ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER*

alien inizio 1979 capsule criogeniche

In principio erano sette sognatori. Otto, se includiamo il gatto, che però non sembrava in grado di concepire sogni complessi, forse la caccia a un topo. Quindi, sette sognatori, destinati a risvegliarsi per rispondere a un segnale di emergenza – una richiesta di aiuto o un invito a restare lontani? – e ad atterrare sull’inospitale LV-426, una delle tre lune del pianeta Calpamos, per poi entrare in un relitto sconosciuto attraverso un’apertura simile a una vulva gigante e a imbattersi in quello che diventerà l’ottavo passeggero di un rimorchiatore stellare. Passeggero, non sognatore. Non è noto se uno Xenomorfo sia in grado di sognare ma di certo può procurarci i peggiori incubi. L’incipit e tutta la metafora sul regno di Morfeo provengono dal romanzo di Alan Dean Foster, che per trasporre su carta la versione letteraria di Alien attingerà a una sceneggiatura leggermente diversa da quella che Ridley Scott metterà su pellicola. Poco importa dei cambiamenti, era nata una leggenda.

equipaggio della nostromo in alien 1979

L’opera del 1979, scritta da Dan O’Bannon con qualche aggiunta di Walter Hill (sì, lui, quello de I guerrieri della notte), riprendeva elementi da un pugno di B-movie del passato, come Il mostro dell’astronave e Terrore nello spazio di Mario Bava, riuscendo nell’impresa di ripensare un genere, quello del Sci-fi horror, e di presentarlo a tutti gli effetti come filone produttivo di serie A, eccellente sotto ogni aspetto tecnico, con una storia intrigante e con una recitazione di prim’ordine. Ferma restando l’intenzione di spaventare il pubblico, Alien non voleva passare per un filmaccio da sala rumorosa, dove i ragazzini si esercitano nel bacio alla francese mentre un pupazzone plasticoso insegue degli astronauti in tuta argentata. Voleva codificare un linguaggio inedito, meritarsi quel destino da classico che ha ottenuto in breve tempo. Ci sono stati lavori terrificanti prima del capolavoro di Scott ma, osservando le carrellate silenziose nei corridoi della Nostromo, la gente si rese conto che non si era mai visto nulla del genere. Un’atmosfera come quella, un tale mix di elementi, semplicemente non esisteva. Nessun tentativo era così raffinato ed efficace.

xenomorfo in alien 1979

A metterci del suo è un essere perturbante come il succitato Xenomorfo, nato dai concept art contorti dello svizzero H. R. Giger e portato sullo schermo, a suon di effetti speciali, dal nostro Carlo Rambaldi. Lo Xeno, come sentenzia nel 1979 il sintetico Ash (Ian Holm), è un perfetto organismo, non offuscato da coscienza, rimorsi o illusioni di moralità. Guidato da istinti animali e da un’astuzia che non è letteralmente di questo mondo, l’alieno trova nell’essere umano la sua preda ideale, l’ospite da utilizzare come incubatrice per la perpetuazione della specie, similmente a certe vespe parassite, che piantano le proprie uova in altri insetti. Un predatore dalle logiche indecifrabili e dal comportamento imprevedibile, nero come la morte e le profondità dello Spazio, privo perfino di quegli occhi che sono lo specchio dell’anima e che lo renderebbero, in qualche modo, codificabile dal nostro subconscio.

chestburster kane in alien 1979

L’anatomia delle sue diverse fasi di sviluppo e il suo ciclo riproduttivo hanno connotazioni sessuali di derivazione gigeriana e si articolano, in concreto, in una violenza ai danni del nostro corpo, che culmina con una morte sanguinaria e dolorosa, un anti-parto dove la larva di Xenomorfo (il Chestburster) sfonda la gabbia toracica dell’ospite – maschio o femmina poco importa – e viene alla luce, per poi sgattaiolare in un condotto d’aria e raggiungere lo stadio adulto in tempo record. L’astronave Nostromo passa così da grembo materno (il computer di bordo, casualmente, si chiama Mother) a fredda trappola metallica che nasconde visioni raccapriccianti, mentre il comandante Dallas (Tom Skerrit), l’individuo più assimilabile a una figura paterna, viene a mancare preso, orribilmente presto. Sarà una donna, il tenente Ellen Ripley (Sigourney Weaver), a tirare fuori forza e coraggio per distruggere il vascello e spedire lo Xenomorfo alla deriva nel vuoto siderale. Il prototipo di eroina tosta, incrollabile e castigratrice di mostri nasceva con Alien, insieme alla sua nemesi, una bestia troppo iconica per fermarsi a una sola pellicola e precludersi altre conquiste al botteghino.

sigourney weaver in alien con lanciafiamme 1979

Arriva quindi James Cameron, che con la sua inventiva dà vita ad Aliens, un sequel più action e adrenalinico che non scorda le dinamiche di gruppo che avevano reso memorabile il predecessore e che moltiplica le creature ostili, accompagnando il tutto con elaborazioni visive e scenografie d’impatto. Già con il cinico Alien 3 di David Fincher, opera non capita e bistrattata dalla stessa produzione, si inizia ad avvertire un affaticamento del franchise, che si trascina verso crossover poco fortunati con Predator prima di essere ripreso in mano da colui che dettò le regole all’inizio, Ridley Scott. Fermiamoci un attimo e accendiamo un cero per i due prequel Prometheus e Covenant, guardati con sufficienza dalla critica e pure dalle folle. Che Scott non avesse più idee fresche come il pesce che trovi all’alba al mercato ittico di Milano è un fatto assodato, eppure i pregi di questi film sugli Ingegneri (creatori degli esseri umani e, per vie alquanto traverse, degli Xeno) sono stati oscurati in eccesso dai difetti, che riguardano perlopiù i cortocircuiti logici e i passaggi narrativamente deboli. Gli spunti c’erano, forse non quelli di cui il pubblico era affamato.

prometheus 2012 tuta dell'ingegnere

L’esigenza registica di Scott navigava verso altri lidi, più vicini al suo secondo capolavoro Blade Runner che al fanta-horror duro e puro: i quesiti etici sull’intelligenza artificiale, l’enigma della nostra esistenza, l’androide Michael Fassbender che viene pervaso da un god complex e ordisce un piano da scienziato pazzo in cui, da prodotto di lusso del magnate Peter Weyland, diventa un individuo libero, alla ricerca della sua concezione di sublime. Il sintetico David usa i suoi creatori come pedine e tenta addirittura di sterminare i creatori dei creatori, manipolando la natura per far nascere una forma di vita unica, pericolosa. Il DNA di Alien è presente sebbene, per il malcontento dei nostalgici, non sia il perno dell’operazione. Come conseguenza, l’arco di David rimane incompleto, è finita l’avventura. Prendiamo atto dell’esercito di fedelissimi, del sentore che lo Xenomorfo, nonostante gli anni sul groppone e la sovraesposizione crossmediale, sia rimasto uno dei pochi mostri in grado di farci rizzare i capelli. Come procedere?

testa dell'androide david in prometheus

Si cerca di tornare alle basi, alla formula primigenia della saga sotto uno sguardo più giovane, energico. Scott resta alla produzione mentre al delicato compito di regia e scrittura viene messo Fede Álvarez, classe 1978, salito alla ribalta con il remake di Evil Dead e, qualche anno dopo, con l’ottimo thriller Man in the Dark. Ammettiamo per onestà che il rifacimento de La Casa era privo di quel black humor che contraddistingue il cinema di Sam Raimi e che ha preferito prendersi sul serio, spingendo sul senso di orrore incalzante e su un concetto che Álvarez, a suo modo, ha reso un marchio: la ferocia. L’approccio del relativamente giovane uruguaiano risulta, in mancanza di termini più adeguati per descriverlo, cattivo e spietato. Non è il tipo di autore che preferisce suggerire il dolore e la violenza con degli SFX fuori campo o un’ombra proiettata sul muro, ce li sbatte in faccia insieme a ettolitri di emoglobina. È il tizio giusto per il lavoro? Beh, se ha già toccato un mostro sacro senza fare figuracce, diamogli una chance.

fede alvarez regista di alien romulus

Con la raccomandazione di Scott “Don’t  fuck up”, Álvarez si mette all’opera e studia, studia parecchio l’essenza dell’Alienverse mentre scrive la storia con Rodo Sayagues, collaboratore di fiducia. Prende forma un midquel, ambientato tra il primo e il secondo film, con Ellen Ripley ancora ibernata nella navetta di salvataggio Narcissus e una sinistra minaccia che infesta lo Spazio, arginata ma di certo non eradicata. Il regista ha per le mani un’arma di grosso calibro che potrebbe rivoltarglisi contro e possiamo dire, già dai primi frame a cui assistiamo, che la cartuccia non è andata sprecata.

alien romulus poster con facehugger

L’incipit ci proietta in un Cosmo silenzioso, freddo, esibito da una fotografia che riesce a renderlo spettacolare e a comunicarne la gelida inospitalità. Non è il nostro ambiente, è colmo di insidie. Tra i rottami di un’astronave, il cui nome è ben visibile, viene recuperato un frammento, un guscio, lo scrigno di un’epoca horror che viene aperto e riportato in vita. Sembra quasi di assistere all’involucro glaciale de La Cosa di Carpenter che viene incautamente aperto, e la sagoma impressa nella roccia è ciò che conosciamo bene, il vero e proprio logo del brand, accompagnato da una soundtrack che fa presagire l’apocalisse in Terra.

guscio dello xenomorfo in alien romulus

Passata la riesumazione dell’icona si passa a un quarto d’ora di introduzione scorrevole ed efficace alla vita coloniale sul pianeta LV-410, dove operai e minatori al soldo della Weyland-Yutani trascorrono le loro vite tra incidenti e malattie per portare a casa la pagnotta. Sembra di assistere a una delle scene tagliate di Aliens, in cui ci veniva raccontata la vita quotidiana nella cittadella Hadley’s Hope prima che i genitori della piccola Newt facessero una scoperta terrificante. Proprio come Cameron & soci, Álvarez si dimostra bravissimo nel raccontare per immagini, lasciando che a parlare siano le vie trafficate, le lamiere sverniciate e i volti pieni di fuliggine. Benvenuti nella Compagnia, teneri orfanelli. Lo stipendio è al minimo, i diritti sindacali sono più fantascientifici del film stesso e la promessa del trasferimento in un mondo meno inquinato, colmo di uccelli e praterie, viene prorogata all’anno del mai.

colonia pianeta alien romulus

In questa dimensione di cinismo e proletariato iperspaziale si muove la giovane Rain Carradine (Cailee Spaeny), seguita come un’ombra dal fratellastro sintetico Andy (David Jonsson), lasciatole in “eredità” dal padre dopo averlo salvato dalla rottamazione e sistemato alla bell’e meglio. Rain sogna di andarsene su Yvaga, un pianeta indipendente con condizioni di vita nettamente migliori, e spinta dalla disperazione aderisce a un piano ordito da altri ragazzi come lei, incluso l’ex-fidanzato, che prevede di attraccare sulla stazione di ricerca Reinassance (divisa tra due sezioni gemelle, la Remus e la Romulus) per appropriarsi di alcune capsule criogeniche e fuggire per sempre dalla colonia. Sulla carta è una passeggiata, peccato che la stazione abbia interrotto le comunicazioni con la Compagnia e che a breve si schianterà contro una fascia di asteroidi. I protagonisti, cresciuti per strada e ormai privi di supporto genitoriale, non hanno nulla da perdere e tentano l’impresa, per la quale è necessario Andy, essendo un androide in grado di accedere ai terminali di sicurezza della struttura.

alien romulus androide andy

Mentre il gruppo esce dall’atmosfera di LV-410 su un trasportatore, ci rendiamo conto che perfino la vista del Sole è un evento raro per i coloni, e che nonostante i fasci di fotoni che attraverso l’oblò invadono la cabina, non tutto luccica come l’oro: Rain dovrà abbandonare Andy poiché su Yvaga non c’è spazio per ex-androidi della Weyland-Yutani, e non ha il coraggio di dirglielo. Altri membri della spedizione hanno perso gli affetti per colpa di un sintetico che ha applicato delle direttive in completa assenza di empatia. I dilemmi morali calano sui protagonisti ancora prima della minaccia mortale nascosta sulla Romulus, e influenzeranno le loro scelte in momenti cruciali. La saga è costellata di passaggi in cui il nucleo di personaggi principali è costretto a “sporcarsi le mani“, a riflettere sulla fattibilità del salvarsi tutti insieme, domandandosi se sia il caso di lasciare indietro qualcuno, magari di tirare a sorte; Romulus non fa eccezione e riporta in auge una caccia primitiva dove vige, spietatamente, il principio della mors tua, vita mea, almeno fin quando non ci si ricorda di essere delle persone, di basare la propria esistenza su dei legami e di volerli preservare, cercando un altro modo – spesso un backtracking attraverso un pericolosissimo alveare – per chiudere la questione.

cailee spaeny alveare alien romulus

Una volta approdati sulla stazione disastrata, ci accorgiamo che Álvarez fa centro su una serie di nodi cruciali per portare a casa un lavoro ben fatto: prima di tutto l’utilizzo di costumi, animatronic, marionette e di set accuratamente costruiti: la CGI diventa il contorno che valorizza un ambiente concreto e che rende possibili sequenze altrimenti fuori portata, immergendoci nelle viscere della stazione (i condotti d’aria in cui i ragazzi strisciano all’inizio, per dire, vanno oltre la concezione di soffocante). I video dietro le quinte ci consentono di apprezzare degli Xenomorfi perlopiù fisici, presenti sulla scena, di fronte ai quali gli attori reagiscono in maniera credibile. La crew segue il mantra alla John Hammond di imbastire qualcosa di reale, qualcosa che si possa vedere e toccare. La sola nota stonata in un concerto di elementi prostetici è un deepfake per riportare in vita Ian Holm e piazzare la sua faccia sul sintetico Rook, del medesimo modello di Ash; personaggio vitale per l’inquadramento della storia ma colpevole di spezzare l’atmosfera quando si alternano gli shot che lo mostrano da lontano, come un pupazzo malridotto, e i primi piani che indugiano sul volto posticcio, eccessivamente pulito e separato dal contesto. Una tecnologia che, per quanto utile, si dimostra ancora acerba.

primo piano dello xenomorfo in alien romulus

Altro colpo ben assestato è la costruzione della tensione: in Romulus si contano due, massimo tre jumpscare classificabili come tali, e quando avvengono c’è davvero da farsela sotto; il resto della pellicola ragiona su un costante senso di pericolo e sulla consapevolezza che la situazione è pessima e che è destinata, nell’immediato futuro, a peggiorare ulteriormente. Non c’è respiro durante i tentativi di evacuazione dei superstiti, si rimane incollati alla poltroncina, e il nostro gruppetto ha avuto modo di scorgere diverse persone che uscivano dalla sala senza fare ritorno. Le spiegazioni sono tre: un diffuso attacco di colite, un improbabile rigetto per un film che è obiettivamente adatto a vari palati, o la difficoltà a rimanere sulle spine per la maggior parte del minutaggio. Chi scrive non si spaventa facilmente e men che meno pensava di spaventarsi per una rimpatriata con gli Xenomorfi, eppure l’oppressione al petto non si è fatta desiderare. Insomma, far scappare la gente dalla sala per i motivi giusti (la pura e semplice paura) è un’impresa di cui vantarsi. Non è un eccidio di spettatori come ai tempi de L’esorcista, ma diamine… !

alien romulus corridoio stazione

Tra un battito mancato e un’inseminazione disgustosa, come non fare un plauso al giovane David Jonsson, che è specializzato in freddure da pronunciare con la faccia di bronzo (i mostri vanno al museo per vedere una mostra) e se la giostra agilmente su più livelli (gestualità, impostazione della voce, complessità del linguaggio), passando dal semplice Andy, fratellastro artificiale pieno di glitch, a un sintetico che ha ricevuto un update all’interno della Romulus e segue gli ordini dell’ufficiale scientifico danneggiato Rook, dando la priorità agli scopi della Compagnia piuttosto che ai suoi ex- amici, i quali volevano abbandonarlo come un ferrovecchio. L’obiettivo è riportare sulla colonia i campioni di Z-01, detto anche fuoco di Prometeo, sintetizzati da Rook sulla base della famigerata Black Goo. Circostanze e dinamiche che evidenziano lo sforzo di Álvarez nel rispettare gli accadimenti dei prequel e di sfruttarne le parti di maggiore interesse: l’eredità degli Ingegneri, il rapporto tra creazione e creatore, la capacità di un sintetico di compiere delle scelte e di distinguere il bene dal male.

alien romulus laboratorio della weyland-yutani

Chi non ha gradito il ritorno di Scott, con tutti i difetti che si portava dietro, può rimanere tranquillo nei riguardi di un prodotto che non sacrifica la sua parentela con il capostipite del 1979 per piegarsi a chissà quale canon: è sostanzialmente un Alien vecchia scuola, fatto per darvi una megaporzione del vostro piatto preferito, osservando un determinato schema narrativo che consiste nell’arrivo in un luogo disastrato, la scoperta dello Xenomorfo, la decimazione dell’equipaggio e la fuga disperata con scontro finale. I più critici grideranno alla paraculaggine, a un’attitudine conservativa in fase di scrittura, eppure è tardi lamentarsi quando ci sono stati capitoli di indubbio successo che hanno replicato il medesimo schema, infilando un additivo extra qua e là. È esattamente ciò che fa Álvarez: introduce qualche novità senza esagerare, ideando varianti mai viste come una sorta di Topomorfo morto, arricchendo il ciclo vitale degli Xeno con la Crisalide (naturalmente a forma di patonza oversize) e abbinando trovate sceniche vincenti a sequenze da cardiopalma, tra le quali spicca una passeggiata in mezzo all’acido a gravità zero. Possiamo supporre che oltre ad aver giocato a Isolation fino a bruciarsi gli occhi, il regista apprezzi la trilogia di Dead Space.

faccia a faccia con xenomorfo in alien romulus

Abbiamo approfondito i rimandi a Prometheus e Covenant, ma sappiate che nel calderone fumante di Romulus troverete riferimenti, talvolta meramente stilistici, a ogni pellicola della quadrilogia originale, con una pesante fetta di Aliens gettata nel mucchio quando Cailee Spaeny, passata alla modalità tosta e determinata, ha dei rimorsi di coscienza e si avventura nel nido in cerca del fratellastro meccanico, lasciato a se stesso durante un errore di sistema. Lo shot davanti all’ascensore con un fucile a impulsi in mano (un parente dell’USCM M41-A) ci sbatte in faccia Ellen Ripley, anzi, utilizza proprio la sua iconicità per prenderci a sberle ripetutamente. Dal punto di vista musicale siamo dotati di un Benjamin Wallfisch, ex-pupillo di Hans Zimmer, che fonde abilmente sonorità orchestrali con l’elettronica e rievoca, ove necessario, le soundtrack dei film precedenti per sottolineare quell’operazione Best Of a cui vi accennavamo: quando il guscio dello Xenomorfo originale viene recuperato nello Spazio, il coro apocalittico ricorda molto l’Agnus Dei di Elliot Goldenthal, che all’inizio di Alien 3 ci faceva percepire benissimo la tragedia in atto; la seconda parte prende invece spunti da James Horner, senza dimenticare l’immenso fantasma di Jerry Goldsmith disseminato ovunque.

fucile a impulsi dei marine coloniali in alien romulus

Alien: Resurrection è per molti un figlio bastardo della saga, un esperimento weird di Jean-Pierre Jeunet che dimentica l’atmosfera gritty per esplorare una Ripley ibrida, alternativa, eppure c’è un angolino anche per lui, se non altro per l’escamotage narrativo dell’epilogo: i fan sanno che quando si è a bordo della navicella di salvataggio non è ancora il momento di tirare il fiato, ma un parto abominevole complica le cose. La puerpera è la giovane Isabela Merced, che esibisce il suo range attoriale passando dal live action di Dora l’esploratrice a una poveretta che partorisce un cocomero di acido su un’astronave. Cara Dora, hai esplorato troppo a fondo. L’attrice è espressiva, convincente, forse più brava della protagonista, e dà alla luce una creatura che incarna biologicamente l’intero franchise: l’Offspring, interpretato dal giocatore di basket Robert Bobroczkyi, che è alto due metri e mezzo. L’essere ha tratti somatici degli umani, degli Ingegneri e degli Xenomorfi, accuratamente modellati su un costume che, in linea con l’ispirazione artigianale del progetto, riduce il digitale al minimo e fa uso di un tizio innaturalmente alto per dare vita a una presenza disturbante.

isabela merced kay in alien romulus

L’Offspring è privo di quel complesso materno che animava il Newborn ne La clonazione e suscita moti di repulsione in tutto ciò che fa, incluso un allattamento perverso che prosciuga Isabela Merced delle energie vitali, proprio come Romolo e Remo, nutriti dalla lupa (nella mitologia vi sono vari esempi di genitorialità interspecie). Non solo body horror vecchio stampo, ma anche la brutalità di una gravidanza indesiderata e della violazione della body autonomy, temi che albergano da sempre nel subconscio di Alien e che oggi sono al centro delle polemiche politiche. Cosa dire di questo figlioccio? C’è chi è rimasto indifferente all’aspetto del villain finale ma a parere nostro si tratta di una fantastica aggiunta al roster mostrifero della saga, evitando di ricorrere a un semplice Xeno più grosso e con più denti. La bestia per eccellenza ha già avuto la sua gloria a bordo della stazione, specialmente il Big Chap, l’originale del 1979, che dopo aver devastato la Romulus verrà ritrovato crocifisso in sala mensa, a metà tra il monito e l’idolo da venerare. Ecco, Álvarez ha indossato la tenuta da crociato, ha fatto un’esegesi biblica sul materiale di partenza e lo ha riproposto alla massima potenzialità degli strumenti rappresentativi di oggi. Certamente, in fase di scrittura è rimasto su sentieri già tracciati, cedendo a strizzatine d’occhio in stile J. J. Abrams quando i personaggi ripropongono citazioni cult come delle mitragliette. Il filmmaker ha preferito focalizzarsi su altro, ovvero su una gestione impeccabile dei mostri e di come fanno irruzione – anzi, strisciano con la calma del predatore – sulla scena. Il risultato è che Romulus è in grado di portare a scuola buona parte della concorrenza, non solo su come si fa un film di Alien, ma su come si distilla la paura.

alien romulus offspring

Potete trovare tutti i nostri articoli sulla saga al seguente indirizzo:

ALIEN – Tutte le informazioni sul franchise

8 commenti Aggiungi il tuo

  1. Austin Dove ha detto:

    bellissimo articolo, non sapevo della intro alla novelization: fighissima!
    invece, piccolo appunto: le vespe – e gli xenomorfi – non sono parassiti ma parassitoidi; ci scrissi anche un articolo in blog, se cercate in rete troverete (non tanta) roba per approfondire

  2. Monster Movie ha detto:

    Grazie per l’apprezzamento ⭐
    Pensa che nel film, quando il sintetico Rook fa riferimento al Facehugger appena staccatosi da una vittima dopo aver (forse) impiantato l’embrione, parla esplicitamente di “parassitoide”.

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